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Il samurai è la metafora del guerriero, del cavaliere, il guerriero è a sua volta la metafora di ogni essere vivente che affronta il proprio destino, la vita. In sostanza una sintesi tra Sanjuro e Lancillotto.
“…. Il sole, quando sorge, sembra diviso in due. Una parte, luminosa, è come se bruciasse nelle fiamme ………… guerrieri, questa porta è aperta per voi perché entriate nel paradiso ………. Attraversatela per raggiungere i pianeti celesti. I saggi dei tempi antichi vi hanno mostrato questa via eterna ………… Onore a voi che avete ingaggiato la battaglia con mente attenta. Morire di malattia a casa è una sconfitta per il guerriero. La morte in battaglia è il suo eterno dovere.” (Mi scuso per la traduzione ma non sono bravo ed inoltre il testo inglese che ho tradotto è arcaico, quasi shakespeariano)
Questo bel brano è tratto dal Bhishma parva che è parte del Mahabharata e che contiene, incastonata come una pietra preziosa in un anello, quella che comunemente viene indicata come la Bhagavad Gita. Il Mahabharata tratta principalmente del dharma.
Dharma, oltre ad essere il nome della tigre di Tremal Naik, fido compagno di Sandokan, ha un significato complesso (che morirà, poverella, ne “la riconquista di Mompracem”). Indica la norma eterna e l’ordine sia del cosmo che della vita individuale e sociale, può essere inteso come legge della natura ed ha una funzione relativa ed eterna, interna ed esterna. Dharma, come scrive Prabhupada, significa la qualità naturale caratteristica. Ogni cosa ha, infatti, una qualità naturale che la caratterizza Le variegate manifestazioni del dharma, preso nella sua complessità, si intrecciano variamente in un tessuto infinito in cui ogni parte si confonde con l’altra componendo una storia infinita di richiami ad altre storie. Ogni vicissitudine individuale si innesta con un’altra, e a loro volta fanno parte e dipendono da altre vicende ancora. Avviene come nel libro “Il castello dei destini incrociati” di Calvino dove ogni legame è possibile perché ogni parte è del tutto, in stretta relazione seppure in apparente estraneità. Ogni cosa ha quindi una ragione di essere in un ordine non casuale. Trovarne i nessi e quindi il senso è opera immane. Ogni individuo si trova a fare i conti con sé e con gli altri, con tutto ciò che lo circonda e la via è il seguire il proprio dovere secondo l’indole o il talento che gli è proprio.
Ne la B. G. il “Signore Supremo, Sri Krishna, disse: Ho insegnato questa scienza immortale dello yoga a Vivasvan, il dio del sole, e Vivasvan l'ha insegnata a Manu, il padre del genere umano; Manu a sua volta, l'ha insegnata a Iksvaku.” Infatti il testo integra e va oltre il Mahabharata, anzi ne è il presupposto e l’antecedente che dà senso al tutto essendo a diversi livelli di insegnamento e realizzazione. Magari sbaglio, ma ciò risponderebbe ad una mia domanda del perché alla fine del Mahabharata Indra spiega a Yudisthira che mentre i “cattivi” sono nel suo pianeta, i “buoni”, i pandava, sono nei pianeti infernali. C’è un apparente rovesciamento dei ruoli che da un lato si spiega con la frase iniziale, dall’altro perché, o conseguentemente, nell’ottica del dharma, viene superata la dicotomia di bene e male.
Anche se, in Sanjuro, viene detto: “una buona spada è quella che rimane nel fodero” .
PS: magari ho scritto delle boiate, però il tutto è veramente affascinante ……. la BG intendo, ovviamente ed anche il Mahabharata ……………….. fa veramente volare la mente ….. infatti volevo scrivere altro … ma, al solito, mi ha preso la mano.
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