Studi sulle opere di Rudolf Steiner
Capitolo 8
L'uomo è veramente libero?
Sintesi della "Filosofia della libertà" di R. Steiner
di Bellucci, Tiziano
“L’UOMO E’ VERAMENTE LIBERO ?”
SUDDIVISO IN DUE SEZIONI:
1-LA FORZA DEL PENSIERO;
2- IL PROBLEMA DELLA LIBERTA’
Studio di Bellucci Tiziano
INTRODUZIONE
L’uomo nel suo pensare e agire è libero, oppure è schiavo degli stimoli impostigli dal mondo esterno e prigioniero degli istinti insiti nella sua organizzazione animale e sentimentale?
Vi sono generalmente tre tipi di motivi che determinano l’agire umano:
1- impulsi organici naturali: fame, sonno, sete, sesso, ecc;
2- impulsi razionali e abiti mentali dati dalla comunità;
3- impulsi dati dal carattere e dal sentimento: simpatia e antipatia.
Nel compiere un’azione ci si può trovare in due ben distinte condizioni:
1- aver coscienza di stare compiendo un’azione senza essere a conoscenza che vi sono delle cause esterne o interne che l’hanno determinata: (ad.es. credersi libero di poter scegliere di mangiare, di poter bere, appaiono come un obblighi coercitivi dettati da necessità organiche)
2- essere coscienti dell’azione e conoscere le cause che determinano l ‘azione. (valutare razionalmente di intraprendere l’opposto di ciò che il sentimento, l’istinto e la moralità generale comanda)
Quindi 1=coscienza; 2=autocoscienza.(2 volte coscienti)
Si può anche dire che vi sono uomini che non conoscono e uomini che agiscono in base alla conoscenza.
Un’azione è libera solo se l’autore è cosciente dei motivi che lo inducono a compierla.
Esempio di Spinoza: “una pietra lanciata da una causa esterna, se all’improvviso divenisse cosciente di sé si illuderebbe di essere lei stessa la causa del suo moto: allo stesso modo l’uomo, pur essendo mosso da cause esterne a lui, si crede di essere l’artefice delle sue azioni, dei suoi moti.” A ciò bisogna invece rispondere che se la pietra fosse cosciente di sé, non solo farebbe il pensiero sovracitato, ma sarebbe anche in grado di cambiare a sua volontà la direzione del suo moto.
LE DUE PRINCIPALI CONCEZIONI FILOSOFICHE
monismo: il sensibile e il sovrasensibile sono parte di un “Uno” indivisibile; può degenerare in materialismo o spiritualismo; (detto anche “panteismo” al quale Steiner sembra appartenere)
dualismo: netta separazione fra il sensibile e sovrasensibile, on impossibilità di conciliazione fra i due: appare l’eterna e irrisolvibile lotta dei due cavalieri che combattono.
Spirito e materia devono venire conciliati, come due realtà dipendenti e interagenti l’una sull’altra
PARTE PRIMA
“LA FORZA DEL PENSIERO”
L’uomo può scegliere un motivo fra tanti che lo spinga ad agire, grazie all’attività di pensiero. Questi determina l’agire.
Previa elaborazione, il pensare genera il volere. Solo gli istinti animali di conservazione e di procreazione non hanno in sé formulazione di pensieri.
Il pensiero è una manifestazione particolare dello spirito.
Il pensare deve essere inteso come un’entità esterna, indipendente e in sé conchiusa; si può afferrarne l’essenza solo se si prescinde da sé stessi.
Non si deve considerare il pensare come un’attività soggettiva, creata dalla stessa coscienza o tantomeno dal cervello: è un’essenza esterna sia al soggetto che all’oggetto, trascendente.
Il pensiero non è una nostra produzione, ma una sostanza offertaci dall’esterno (mondo spirituale: 3° gerarchia) quale campo ove, tramite esso, si può generare con l’azione intermedia dell’Io, la conoscenza del mondo.
Il pensiero è quella cosa che mi dà facoltà di formarmi concetti: esso riesce a tirare i fili fra varie rappresentazioni, donate dalla percezione, per poi riunirle insieme in una idea globale. (concetto)
DIFFERENZA FRA PENSARE E SENTIRE
Solo nel pensare io posso intervenire con la mia volontà: solo se lo voglio, dopo aver osservato una cosa, posso decidere di collegarvi dei concetti o lasciar cadere in sé la percezione.
Nei sentimenti invece mi appare insita in essi stessi una volontà: anche se non voglio provare gioia o dolore, essi si agitano in mè come se mi obbligassero a sperimentarli.
Di solito si può essere indotti a credere che Il cuore crei i motivi dell’agire: ma in realtà anche i sentimenti devono passare attraverso la rappresentazione pensante, affidarsi ad una forma, per realizzarne poi un motivo: non possiamo amare o odiare qualcosa se non ne abbiamo ricevuto prima in noi un’immagine che lo identifichi.
Il cuore più che determinare i motivi, accoglie in sé ciò che il pensiero gli manda incontro: esso dapprima confronta la natura dell’ente che gli viene proposto, e se trova un’affinità fra ciò che è in lui e e quello che è nell’oggetto, lo riconosce per vero, ossia lo identifica come simile e comune alla sua essenza. L’amore, la compassione, la tenerezza, sono leggi che sono già nel cuore: esso non ha bisogno di motivi per provare tali sentimenti: sono già presenti. Tali motivi sono già presupposti in lui.
Il sentire opera da dentro verso di me; il pensare agisce sui processi fuori di mè.
Il pensare mi distacca dal mondo, oggettivandolo: è una forza oggettiva; il sentire mette in relazione il mio mondo interiore con il mondo esteriore: è una potenza soggettiva, individualizzante.
Con il pensare conosco il mondo fuori di mè; con il sentire conosco mè stesso nel mio rapporto con il mondo. Il sentire fa sorgere in mè la sensazione di uno speciale valore di mè stesso.
Esempio:
1- Pensare=” io vedo la rosa: essa è un oggetto fuori di me;”
2- Sentire= “ la rosa è bella: l’oggetto diventa parte di mè.”
Nel pensare non si estrinseca alcuna relazione fra mè e l’oggetto osservato; nel sentire sperimento con esso una partecipazione di simpatia o antipatia.
IL MONDO FISICO: LA GRANDE ILLUSIONE
Gli oggetti, le cose del mondo, non hanno coscienza e autocoscienza di sé; se io non le percepissi non vi sarebbe nulla e nessuno che darebbe un senso alla loro esistenza. Apparirebbe un mondo fatto di forme e di esseri che partecipano all’evoluzione solo in modo passivo, lasciandosi guidare da leggi oggettive, senza partecipazione e apporto cosciente nel divenire di tale mondo.
Riguardo l’esistenza e la vera natura delle cose del mondo esterno, si può affermare che in realtà esse ci manifestano “la nostra grande illusione”: tali oggetti, così come ci appaiono, hanno tale forma o sostanza solo secondo la nostra percezione dei nostri sensi; noi li vediamo, li sentiamo e li tocchiamo per ciò che i sensi ci dicono, ma in verità essi sono “un qualcosa” che dall’esterno ci stimola, ci attiva il pensare: noi non vediamo la vera natura del mondo esterno, ma ciò che ci appare attraverso i nostri sensi.
Non è detto il mondo sia veramente come ciò che vediamo: se tali agenti esterni fossero percepiti con altri o superiori organi sensori ai nostri, apparirebbero in tutt’altra forma e modo.
I nostri sensi sono strutturati in modo di darci solo quella particolare e relativa manifestazione della realtà che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni: è la loro natura.
Noi afferriamo ordinariamente, solo elementi relativi rispetto l’assolutezza di un fenomeno, causa la nostra particolare organizzazione spirituale: un conto è la vera natura del mondo, altro è il modo in cui possiamo afferrarlo e comprenderlo. L’uomo è un essere limitato.
Si può dire quindi che le cose del mondo sono la causa del mio pensare; esse hanno un’esistenza indipendente da me, ma mi mostrano solo un’apparente manifestazione di una Legge o di un’Essere che sta dietro di queste. Quell’Essere che si scinde e mi appare in molteplici forme che io chiamo “fisiche”, vuole farmi conoscere il mondo, i suoi scopi e le sue leggi.
IL CERVELLO E IL PENSIERO
Il pensare sorge nell’uomo non tramite il cervello: esso piuttosto si “ritrae” davanti a quest’ultimo. Il pensare respinge il cervello e ne prende il posto. Il corpo è un ato ove il pensare si può manifestare.
Di ciò che ci appare in un oggetto del mondo, seguendolo come impulso attraverso l’occhio, i nervi, sino al cervello, ci si può ben rendere conto che in tutti questi passaggi, rimanga ben poco dell’originario impulso: esso deve necessariamente perdere molto del suo contenuto essenziale iniziale.
Quando l’impulso arriva così mutato al cervello, questi lo trasmette all’anima dell’uomo, la quale è la sola ad avere la facoltà di suscitare la rappresentazione o immagine.
Il sistema neurosensoriale ha quindi una funzione non da suscitatore, a da specchio riflettente che fa apparire all’anima l’Essere che sta dietro all’oggetto in una forma sfalsata, diversa rispetto l’originale; esso elabora immagini riflesse, codificandole ed esplicandole in modo umanamente caratteristico, riportando così non il vero Essere che mi è di fronte, ma un’ immagine ben diversa dalla sua vera realtà.
Nonè quindi lecito dire che il è il cervello che genera la coscienza: piuttosto esso, grazie alla sua attività di “riflessione” è capace di donare l’autoscienza all’uomo, ossia la capacità di percezione della rappresentazione del suo io interiore.
E’ curioso che negli usi del linguaggio comune sia rimasta inconsciamente
un riferimento a tale attività di “riflessione” ; difatti, solitamente quando si vuole pensare o valutare una decisione si suole dire: “sto riflettendo in me stesso...”
La scienza, indagando l’apparato riflettente dell’uomo, (il cervello) non può arrivare alla verità: non bisogna indagare i riflessi, ma ciò che genera i riflessi: la cosa in sé.
I TRE MOMENTI DELLA CONOSCENZA:
percezione; (osservazione)
elaborazione del pensiero;
connessione del concetto relativo.
L’uomo richiede sempre di più di ciò che il mondo gli offre spontaneamente; è un eterno insoddisfatto. L’uomo aspira alla conoscenza: vuole risolvere gli enigmi che non comprende.
L’aspirazione alla conoscenza sorge nell’uomo quando nel mondo che egli vede e sente, manca qualcosa che non ha capito: essa è la rivelazione del nesso fra un effetto e la sua causa sconosciuta.
Il problema della conoscenza non è un problema del mondo, ma dell’uomo: le cose non si domandano spiegazioni. Quando il nostro io compare innanzi alle cose, dapprima ha solo una percezione di una parte relativa della realtà; davanti ad un evento sorge in noi la necessità o l’ambizione di voler conoscere le cause che hanno generato il fatto: attraverso l’osservazione, attiviamo il pensare e tramite questo connettiamo alla percezione dell’evento un concetto. In tal modo possiamo così giungere alla conoscenza generale delle cause che determinarono il fatto.
Il problema del non comprendere una cosa, dipende dal modo errato, ossia dal punto di partenza relativo da cui si origina la domanda; può essere che si parta da troppo lontano, o da un lato troppo “traverso”; è fondamentale porre una giusta impostazione del problema: l’arrivo alla risoluzione di un concetto finale ha comunque un percorso, che può essere ottenuto solo nel tempo e nello spazio: lo determina anche il grado di evoluzione organizzazione intelettiva di chi pone la questione.
LA MISSIONE DELLA CONOSCENZA UMANA
Attraverso l’osservazione dell’uomo si rende manifesta, l’armonia regolata da leggi immutabili che domina il cosmo. Fa dunque parte della missione umana di portare nel campo della realtà manifesta le leggi fondamentali del mondo, che altrimenti dominerebbero sì tutta l’esistenza, ma non verrebbero mai esse stesse ad una manifestazione. Nell’osservazione umana si palesa il fondamento del mondo che diversamente non si presenterebbe mai nella sua realtà obiettiva.
PERCEZIONE E OSSERVAZIONE
La conoscenza del mondo è accessibile all’Io solo dapprima, attraverso la percezione dei sensi.
Se io dovessi solo percepire, senza connettervi il pensare, il mondo mi apparirebbe come un mero accostamento di cose poste nello spazio e nel tempo; un aggregato di cose sconnesse.
Solo tramite il pensare mi è possibile “intuire” se una cosa mi è più o meno utile, più o meno organizzata o evoluta.
L’osservazione, che si pratica mediante gli organi sensori, come abbiamo visto, stimola il pensare; questo, come automaticamente, suscita in noi un collegamento fra l’ente osservato e altre rappresentazioni presenti in noi; queste ultime deve necessariamente essere già presenti in noi, nel patrimonio delle nostre esperienze passate. Difatti si può riconoscere, (o meglio, ricordare) e quindi pensare attorno ad un oggetto, solo se questo è stato precedentemente in passato, già osservato, sperimentato e inserito nell’archivio della memoria quale rappresentazione o concetto di una particolare cosa. Non è possibile riconoscere, quindi pensare, una cosa che non si ha prima mai conosciuto. Ci risulterebbe ignota, non potendola connettere con nulla di affine in noi.
COME AGISCE IL PENSIERO
Quando pensiamo, ci sfugge un evento molto particolare: osservando un oggetto, crediamo che sia questo ad aver prodotto il nostro pensiero. Ciò che penso di lui, lo dico io, non lui a me: lui non parla; esso stimola soltanto il mio pensiero, è una chiave per entrare nel luogo ove sono riposti tutti i miei concetti, dove io attingo per affinità di forma o di sostanza, l’idea che si riferisce ad esso.
(Si può anche dire che: il pensare, stimolato dall’osservazione, reagisce confrontando all’oggetto percepito una controparte archetipica presente nella propria memoria; da ciò si rivela che tale oggetto appartiene ad una categoria, o meglio è simile all’archetipo o concetto presente in me mnemonicamente, ricavato da mie esperienze precedenti.)
Passa totalmente inosservato, quando pensiamo, il rendersi conto che i colori, le forme, gli odori, la consistenza degli enti da noi percepiti sono formati dalla nostra stessa attività pensante; l’oggetto esercita uno stimolo solo funzionale sul mio pensiero: sono io che estraggo dal mondo delle idee tali sue caratteristiche.
L’ESSERE DEL PENSIERO e l’UOMO
Esiste un Essere che è la stessa sostanza di pensiero, che la genera; tale entità non ha però coscienza di sé, come ha l’uomo: nello spirito vige l’indifferenziato, quindi anche l’impersonale.
Tale essenza di pensiero, attraverso il sistema neurosensoriale dell’uomo, può praticare una sorta di metamorfosi: rispecchiandosi in una forma, dona all’uomo la facoltà di identificazione.
In altre parole si può dire che, nell’Intelligenza universale o Essere del pensiero, o coscienza generale cosmica, vengono impresse le “orme” dell’attività pensante riflessa dal corpo dell’uomo; tali orme sono le rappresentazioni individuali dell’uomo singolo. Un’orma che lascia il segno sul terreno, è identificabile e appartenente ad un singolo esemplare. Con tale “segno” l’uomo può riconoscere sé stesso, distinto dal tutto.
Di conseguenza l’azione volitiva deriva da tale azione mediata dall’organizzazione corporea: essa non viene imposta dall’esterno spirituale.
L’IMPOSSIBILITA’ DI OSSERVARE IL PENSIERO
Un’altra particolarità occulta e non manifesta del pensiero è l’impossibilità di poterlo percepire in noi quando si attiva, oggettivandolo; lo si può definire una forza inosservabile.
Nel momento in cui attiviamo il pensiero compare innanzi a noi un oggetto; l’attività pensante si metamorfosa in osservazione dell’oggetto. In realtà ciò è manifestazione dell’azione stessa della forza del pensiero: essa si sottrae dal campo, come scomparendo, suscitando così l’impressione della presenza di un oggetto fuori di noi: l’attività pensante stessa si muta in rappresentazione oggettiva.
Nell’osservare, il pensiero appare come essere trascendente; in verità è proprio grazie ad esso che si rende possibile la percezione.
Se si acquista con esercizi, la capacità di osservare il proprio pensare, ci si accorgerà di non essere davanti ad un oggetto esterno, ma di fronte alla propria attività pensante.
Si può suddividere in due momenti la percezione dell’attività di pensiero, il quale è una forza che poggia su sé stessa:
1- produzione attiva;(osservazione dell’ente)
2- contrapposizione riflessiva.(riflessione fra percezione e concetto)
Il pensare può divenire oggetto del pensare stesso. (capacità di autoggettivazione)
DIFFERENZA FRA CONCETTO E RAPPRESENTAZIONE
La rappresentazione si forma subito dopo una percezione: la si può definire un’immagine, una figura dell’oggetto accolta in modo relativo rispetto a tutto il suo generale contenuto di leggi e di forme, la quale poi si fissa nella memoria; solo dopo aver accolto diverse rappresentazioni, ossia diverse prospettive, caratteristiche strutturali e di essenza di tale oggetto, possiamo dire di esserci formati in noi un giusto ed esatto concetto dell’oggetto.
La percezione di un ferro rovente scotta; la sua rappresentazione no.
Rappresentazione = immagine mnemonica, che contiene in qualità di forma, una visuale caratteristica di un ente precedentemente osservato, in modo solo relativo e parziale.
Concetto= riunione di più rappresentazioni o visuali prospettiche che si riuniscono, generando e rivelando un’unica e generale idea, la quale contiene tutte le caratteristiche di un ente.
Esempio di Rappresentazione e Concetto
In termini immaginativi: ad es. la percezione della forma dell’albero in inverno, privo di foglie, di fiori e frutti, mi mostra un determinato momento della vita di quell’oggetto: se esistesse un essere che avesse visto solo alberi in inverno, non conoscerebbe altre forme di alberi se non quella; quindi per costui l’idea di albero sarebbe limitata a ciò che ha visto. Questa è una rappresentazione: il mantenere in sé in forma d’immagine una percezione esterna.
Se quell’individuo invece, potesse osservare l’albero nelle varie stagioni, sommerebbe alla rappresentazione dei rami secchi invernali, con quella della fioritura, della fogliatura, del seme e infine anche dell’appassimento. In tal modo avrebbe più rappresentazioni riferite a quell’oggetto:
in poche parole coglierebbe che in tutto il mutare delle forme scorre una legge in continuo divenire; gli si rivelerebbe la legge dell’albero. Tale legge è il concetto, o idea dell’albero.
Si può anche dire che la rappresentazione è una parte della legge dell’albero, mentre il concetto è l’Essere della pianta.
Abbiamo quindi visto che, subito dopo aver percepito, il pensare collega a questa una determinata intuizione, ossia un concetto.
Ciò che rimane quando io smetto di percepire è la rappresentazione dell’oggetto osservato.
Steiner dice che la rappresentazione deriva dalla connessione di un concetto unita alla percezione; è quindi un concetto individualizzato.
Appare quindi ovvio che l’esperienza, ossia il raccogliere sempre più rappresentazioni in noi, ci dà la possibilità di sviluppare nel tempo, molteplici concetti e quindi, maggiore conoscenza del mondo.
Subito dopo aver percepito, il pensare collega a questa una determinata intuizione, ossia un concetto.
Ciò che rimane quando io smetto di percepire è la rappresentazione dell’oggetto osservato.
I CONCETTI SONO DENTRO LE COSE
I concetti non sono in noi, ma dentro le cose: ci vengono date da queste, tramite l’osservazione.
Senza una coscienza pensante che percepisca un’oggetto non vi sarebbe concetti manifesti. Il concetto è legato ed esistente nella cosa in sé. Tramite il pensare estraiamo dalla cosa il concetto che si cela in essa come incantato.
GLI ANIMALI E I CONCETTI
Gli animali non hanno in loro facoltà di concettualizzare, possono solo formarsi delle rappresentazioni: mancando la facoltà (Io) di poter richiamare le proprie esperienze passate, vivono solo al presente, senza possibilità di collegare rappresentazioni fra di loro: i concetti in loro non possono sorgere.
Essi hanno facoltà di memoria, ma solo se questa viene stimolata dal di fuori, da una chiave mnemonica al di fuori della loro coscienza. Essi non riescono ad evocare, come fa l’uomo, ricordi di esperienze passate con la sola volontà interiore.
L’UNIVERSALITA’ DEL PENSARE
Il pensare non è individuale come il percepire e il sentire: esso può erroneamente sembrare personale perché nella formazione dei pensieri interferiscono percepire e sentire individuali.
Il pensare ci unisce con il mondo.
Il triangolo ha un singolo concetto: esso viene afferrato in egual modo da ogni uomo.
I concetti matematici sono uguali per tutti. E’ l’attività di sentimento che edificando un mondo interiore personale, ci fa sentire separati dal mondo.
La conoscenza è possibile sono per la connessione fra percezione e concetto, data dal pensare.
L’intuizione(concetto) datami dal pensare è ciò che, quasi per incantamento, appare quando la percezione si pone su un oggetto.
L’intuizione completa per noi la parte della realtà mancante, dataci nella percezione.
Spiegare, comprendere una cosa e identificarla significa ricollocarla nel complesso in cui era stata strappata causa la nostra organizzazione sensoriale e spirituale. Il mondo e noi siamo Uno.
Conoscere il mondo è diventare il mondo, rientrare in esso.
Per conoscere il mondo giustamente, è necessario accogliere in noi i suoi concetti, senza mischiarvi i nostri: non dobbiamo essere noi, ma il mondo a parlare in noi. L’inserire i propri concetti, ossia giudicare, pregiudica la conoscenza.
IL PENSIERO: IL DEMIURGO NELL’UOMO
L’uomo vede il mondo in modo enigmatico perché egli non ha preso e non prende parte alla sua produzione; solo nel pensare io vedo ciò che io stesso produco:è l’arto dal quale posso partire in modo più lecito per la conoscenza del mondo.
Le leggi, gli elementi fisici e gli scopi della natura appaiono anche in noi; essa è parte di noi e noi parte di essa. A tal ragione, l’uomo si sente istintivamente, parte del mondo; riusciremo a scoprire il nesso fra noi e il mondo solo se diverremo coscienti delle forze che agiscono nel mondo.
La verità è che la separazione effettuata dal nostro io è in realtà una menzogna, un artifizio; dobbiamo concepire noi e il mondo come parte di un unico corpo indifferenziato.
Tale separazione può essere risolta tramite il pensare, il quale abolisce ogni separazione.
L’UNO E IL MOLTEPLICE
L’uomo si sente una parte staccata, entro il divenire universale; il mondo gli si presenta come una molteplicità, somma di cose singole: una di queste è l’uomo stesso.
Egli si sente conchiuso entro i limiti della sua pelle, ma si accorge che le forze e le leggi che sono in lui le trova anche fuori, nel mondo.
Le pareti divisorie della sua pelle sono solo illusorie: l’uomo può avere notizia e conoscenza del mondo circostante solo perché è inserito nella unica e comune sostanza universale del divenire cosmico comune nel Tutto.
Vi è un’affinità fra il mondo e l’uomo, conoscibile attraverso il pensare.
Se la mia esistenza fosse legata con le cose del mondo in modo che il loro divenire fosse contemporaneamente anche il mio, allora non vi sarebbe distinzione, differenziazione fra me e le cose. Tutto sarebbe “uno”, privo di molteplicità; io e la cosa fluiremmo nell’altra, omogeneamente.
La corrente del divenire non avrebbe interruzioni: né inizio, né fine, né nascite, né morti; a causa della mia limitazione causatami dalla mia organizzazione spirituale, che crea in mè la necessità di identificarmi come una parte del processo del divenire, m’inganno credendomi finito.
Se io fossi una goccia del mare, non potrei avere una forma che m’identifichi, che mi caratterizzi; di conseguenza non essendo io nulla di conchiuso, non conoscerei la nascita e la morte, ma neppure mè stesso e le altre gocce del mare. Per sentirmi staccato dovrei assumere o entrare in una forma conchiusa che mi separa dal tutto donandomi la dimensione del due che si contrappone: io e tu. Dovrei necessariamente mutare in un pesce che nasce e muore.
Nella natura dell’uomo è insito un qualcosa che tende a “separare” in scomparti e in categorie: si generano concetti. Tale necessità è data dal principio dell’io che ha natura soggettiva; esso tende a non identificarsi unito col processo globale del mondo, ma a sentirsi essere fra gli esseri.
L’autopercezione di sé, ossia la coscienza di distinzione dal tutto, si origina con una mediazione fra pensare e sentire: il pensare ci connette ai concetti universali, il sentire invece ci fa sperimentare un nesso fra noi dentro e gli oggetti fuori.
Non esiste un oggetto staccato dal resto del mondo; la separazione si origina solo per l’illusione causata dalla nostra organizzazione.
Ciò che nella percezione e nell’osservazione viene scomposto e separato in cose singole e molteplici, viene coordinato e ricomposto dal pensiero.
PERCEZIONE FISICA E PERCEZIONE SPIRITUALE
L’uomo ha in sé di natura, gli organi per attuare percezioni nel mondo fisico; per avere intuizioni spirituali, non si utilizzano al pari, tali organi di senso, ma altri elementi, sviluppabili con esercizi e tirocinio.
Per arrivare alla conoscenza entrambi le percezioni sono interattivamente indispensabili: solo tramite la percezione sensoriale non apparirebbero concetti, e solo tramite quella spirituale non si determinerebbe separazione fra gli oggetti.
PARTE SECONDA
IL PROBLEMA DELLA LIBERTA’
Sono due le cause che generano l’azione volitiva:
1- il motivo, che è legato a fattori concettuali, anche morali;
2-l’impulso, è un fattore condizionato dal corpo e dalle sue esigenze: istinti di sopravvivenza, di procreazione e anche dalla disposizione caratteriale. (antipatia e simpatia individuale)
L’impulso o istinto, opera partendo dalla percezione scatenando immediatamente la volontà senza previa riflessione: è tipico della vita inferiore dei sensi.
Si può parlare di istinto caratteriale, quando una percezione esterna o una rappresentazione evocata in noi suscita nell’interiorità sentimenti; ovviamente l’agire verrà condizionato da abiti mentali, da istituzioni esterne, religiose o da pregiudizi presenti nel carattere del singolo.
Il pensare concettuale è invece l’arrivare ad un’azione per influsso di un concetto che non si riferisce né ad una percezione, né ad una nostra rappresentazione: è l’affidarsi alla propria intuizione, prendendo così il nome di impulso morale.
L’agire per trarre piacere non può mai essere un motivo.
Il piacere si ricava dal soddisfacimento di un desiderio; il dispiacere è mancato soddisfacimento.
I desideri (impulsi) s’inseriscono e disturbano, ingannando la nostra capacità di valutazione del valore dei sentimenti veri.
Ad esempio, l’impulso sessuale è in noi molto potente: ci illude con un piacere promesso che non ci verrà dato affatto nella sua realizzazione, in quella stessa misura. Il desiderio sessuale è molto più potente del suo futuro godimento.
Anche il concetto di “dovere” tende sempre ad escludere la libertà: è sottomissione ad una norma generale.
Si ha un progresso morale in un individuo, solo quando egli fa motivo del suo agire ciò che in un’autorità esterna o interna riconosce per vero ciò che è contenuto in queste, dentro di lui.
LE TRE METE MORALI
1- Il massimo bene per l’umanità;
2-il progresso dell’umanità verso una maggiore perfezione morale;
3-la realizzazione di mete individuali, concepite in modo puramente intuitivo.
Il vero principio morale, può sgorgare solo dalla fonte della pura intuizione: da essa è possibile attingere solo se si è capaci di fare astrazione da sé e dal mondo, per elevarsi alla percezione delle leggi eterne che vivono dalle idee archetipiche spirituali.
Il trarre impulsi dalla morale generale degli uomini, mi pone in un itinerario obbligato.
L’INDIVIDUALISMO ETICO
Si può chiamare “individualismo etico” il principio morale che scaturisce nell’intuizione del singolo uomo. In ciò non si prendono norme dall’esterno e dall’interno, ma dalla sola propria intuizione. Se mi riferisco a qualcosa, non sono libero, ma solo un esecutore, un automa superiore.
Non esamino razionalmente se la mia azione sia buona o cattiva: la compio perché la sento vera in me, perché la amo. Essa si dimostrerà buona se la mia intuizione è stata attinta giustamente dalle leggi cosmiche universali, cattiva se proviene da altrove.
Sono libero solo se seguo il mio amore per l’azione:l’intuizione che scaturisce dall’amore per l’azione è libertà. Amore per l’azione è realizzare ciò che di vero, giusto e buono vive in me.
L’azione è libera solo se parte da mè stesso.
IL PROBLEMA DELL’ANARCHIA, del MALE e del DELINQUERE
Affermazione comune: “Se ognuno tende a fare ciò che solo in lui ritiene valido, allora non vi sarà differenza fra delitto e azione buona?”
Un’azione è buona e quindi valida solo se essa, nella vita pratica, genera bene e fecondità per l’evoluzione umana e del mondo intero. Il delinquere non proviene né da un’intuizione, né dalla natura umana, bensì da elementi extraideali e extraumani ( le gerarchie) ; il mio io umano non è i miei sentimenti e i miei istinti: essi mi sono dati dall’esterno, quale mezzo di supporto per la manifestazione della mia individualità e in questi vi è un qualcosa, (lucifero e arimane) penetrato occultamente, che li ha corrotti e resi impuri. Non posso affidarmi ad essi per trarre i motivi del mio agire. L’azione del delinquere non deriva da alcuna idea; le leggi morali universali non la includono.
IL MONDO DELLO SPIRITO E’ LA PATRIA DELL’IO umano
Il mio io è in realtà una parte dell’unitario mondo delle idee, che si distaccò in un’antico passato per una necessità evolutiva, la quale risplende ora attraverso la mia organizzazione animica: se io faccio in modo di ritrarmi da tutto ciò che è sensoriale e animico, allora riconnettendomi alla mia vera natura, che è appunto tale mondo ideale, potrò farmi compenetrare nuovamente dalle leggi del vero, del giusto e del buono. L’accesso a tale mondo archetipo non mi può essere negato, perché in realtà è ciò da cui sono provenuto: è la mia patria, la pura sostanza della mia natura spirituale.
LA CONVIVENZA FRA GLI UOMINI
Si può a tal punto porre un’altra affermazione: “:come sarà possibile allora una convivenza fra gli uomini se ognuno cerca di far valere la propria individualità ? ”
Il mondo delle idee attivo in me, non è diverso da quello che è attivo nell’altro uomo: tale mondo è l’insieme di leggi universali; la verità dei contenuti universali è solo una: l’arrivare a conoscerla e l’averla in sé non dipende da questa, ma dalla capacità di individuale di poterla percepire.
Quando due individualità, capaci di elevarsi entrambi alla percezione delle intuizioni tratte dall’unitario contenuto morale che è nelle leggi universali, non riscontreranno contrarietà fra di loro, perchè entrambe riconosceranno nell’altro ideali comuni, nei quali armonicamente agiranno.
GLI SPIRITI LIBERI
Massima della libertà: “vivere nell’amore per l’azione e lasciar vivere nella comprensione della volontà altrui.”
Gli uomini liberi vivono nella fiducia di appartenere entrambi ad un’unica verità
(mondo spirituale) e di incontrarsi con Esso nelle sue intenzioni.
Dapprima la natura umana deve venir obbligata da leggi morali naturali e umane esterne fino a che non è libera.
Come la natura accompagna l’uomo dall’esterno dall’infanzia sino alla giovinezza per poi abbandonarlo a sé stesso, liberandolo dai suoi vincoli, allo stesso modo occorre dapprima farsi educare dalla società per decidere poi, di abbandonare le sue regole e i suoi schemi. Entrambi hanno un valore propedeutico, sono una sorta diiniziazione minore alla vita morale.
Solo l’uomo può, da sé stesso, darsi l’ultima finitura: liberarsi.
I comandamenti morali che troviamo negli ordinamenti umani e religiosi provengono da intuizioni di spiriti liberi che ne han fatto istituzioni per lo stato e per la società. Tali comandamenti non sono ordini del Divino, ma pensieri di uomini i quali hanno ricevuto tali intuizioni con coscienza, riconoscendole valide, vere e feconde in loro stessi.
La libertà può esser trovata se l’uomo trova sé stesso.
Le leggi morali sono entità spirituali che esistono per sé stesse, non prendono norma da nessuno: la loro conoscenza dipende dalle facoltà intuitive della natura umana; lo spirito libero che riesce a conoscerne il contenuto se lo riconoscerà risuonare vero anche in sé stesso, allora lo applicherà nelle sue azioni: diverrà la sua legge.
Lo spirito libero agisce solo secondo i suoi impulsi, le intuizioni tratte dal mondo spirituale; lo spirito non ancora libero invece sceglie le sue intuizioni tratte dal mondo delle percezioni sensibili, ossia dalle sue passate esperienze nel mondo fisico, presenti nella sua memoria.
Si può dire che la vita morale dell’umanità è la somma totale dei prodotti delle fantasie morali dei singoli individui umani liberi.
LE CAUSE E GLI EFFETTI CAPOVOLTI: le Leggi Cosmiche
Noi chiamiamo causa, ciò che nel mondo fisico vediamo agire su un oggetto: l’effetto è l’azione determinata da una causa.
Quando un individuo ha sete, solitamente attribuiamo il vedere il soggetto alla ricerca di un bicchiere che lo riempie d’acqua l’essere che causa il determinarsi dell’effetto bicchiere/ riempito.
In realtà è proprio il contrario: il sorgere in lui dell’immagine del bicchiere colmo d’acqua generata dal suo desiderio, è ciò che determina la causa del suo agire; gli si presenta immaginativamente innanzi un qualcosa, che è l’espressione di ciò che poi si realizzerà fisicamente. L’agire fisico diviene quindi non causa, ma effetto dell’impressione che il suo desiderio determina in lui: ciò che sarà poi un effetto riscontrabile con la percezione sensoria è la causa ideale rivoltata, che determina l’agire fisico.
Ciò che per noi sarai poi un effetto, è in realtà lo stesso ente che in potenza, determina un moto animico/volitivo nell’individuo, evocando il lui una sorta di proiezione di ciò che in futuro deve venire realizzato: si può dire che il futuro appare trasposto nel presente per stimolarne così la sua realizzazione nel campo sensibile.
Il nostro problema è legato al fatto di definire causa solo ciò che agisce nel piano sensibile: ignoriamo e non consideriamo ciò che agisce su di noi dal fuori del campo sensibile quale stimolo inducente all’azione fisica. Ci appare solo una visione relativa dei processi.
Si può dunque affermare che attraverso la percezione sensibile, noi non vediamo le vere cause, ma gli stessi effetti di cause inosservate da noi, operanti da fuori di noi e che noi chiameremo poi effetti. Del resto, non si può negare l’influenza di una causa se non si palesasse a noi in anteprima quale stimolo, l’immagine di ciò che poi verrà realizzato: noi non agiremmo. L’immagine non sensibile ci stimola. Vi è un qualcosa di non sensibile che agisce dapprima su di noi.
L’immagine di un futuro effetto sensibile è quindi causa dell’azione individuale.
Si può cominciare a presentire un’intessersi di volontà esterne all’uomo che lo spingono a muoversi all’interno di una logica automaticamente in lui predeterminata, per lo meno per quanto riguarda i suoi istinti e i suoi sentimenti, : una Legge soprasensibile comune.
Possiamo fare un’altro esempio.
Quando guardiamo un fiore diciamo che è il seme la causa del fiore, ma in realtà si può dire l’esatto contrario: è la Legge del fiore che genera il seme dal quale poi sviluppandosi la pianta fuoriesce il fiore. Una Volontà non percepibile nel seme è contenuta in potenza in questo.
Vi è un qualcosa che regge i fenomeni sensibili dal di fuori di questi, compenetrandoli con una logica vivente: anche qui appare una Legge.
Si può concludere dicendo che le vere cause non sono negli eventi fisici che percepiamo: ciò che attiva le cause è ciò che poi diverrà per noi un effetto; le cause sensibili non si potrà più quindi chiamarle come tali, ma bensì effetti di cause viventi in una legge (concetto) la quale ci induce alla realizzazione di se stessa. Appare una continua reversibilità di causa /effetto.
Nel caso del bicchiere e della sete, è la legge di conservazione della vita che ci spinge ad agire, non noi stessi, nel caso del seme e del fiore è la legge della pianta che supporta i suoi fini e processi vitali. Ogni percezione o causa sensibile è quindi l’effetto di una parte del Divenire vivente, una parte della manifestazione di una Legge. Non è possibile nel piano fisico vedere tale leggi in veste di causa percepibile; se ne possono vedere solo gli effetti.
Si potrebbe quindi credere che in tal modo l’uomo, essendo racchiuso in un questo sistema sia prigioniero di tale leggi e che non possa quindi compiere azioni libere: è difatti obbligato per quanto riguarda la sua natura fisica a sottomettersi ad esse, ma smette di esserlo appena riesce a sviluppare un’attività di pensiero svincolata dal corpo e dalla sua organizzazione.
Solo in tal modo realizza in sé intuizioni.
LE GIUSTE AZIONI
Per poter compiere giuste azioni, ossia modificazioni di stato di oggetti o esseri del mondo percettivo, necessita la capacità di trasformare il mondo fisico senza però spezzarne i nessi naturali. Ciò è “tecnica morale”: la si conquista con lo studio delle leggi e scienze naturali, ma soprattutto tramite la conoscenza delle forze che vivificano il mondo. Si può definire ciò con il nome di “scienza etica”.(o Scienza dello Spirito)
LA LEGGE MORALE UNIVERSALE
La legge cosmica evolutiva delle specie che agisce nei processi e nelle creature del mondo conducendolo verso una sempre maggiore perfezione, la si potrebbe chiamare Legge morale dell’universo.
Questa, oltre che ad agire nell’uomo modificando nel tempo la sua forma e i suoi organi, ha un effetto anche nell’anima umana: penetrandovi e cozzando con la forza dell’io individuale perde però il suo carattere oggettivo. La legge morale diviene una forza soggettiva che l’uomo può utilizzare per trasformare sempre di più verso la perfezione la sua interiorità, nobilitandola.
La legge morale universale si scinde così in un due Forze parallele:
1- Forza evolutiva morale delle specie;
2-Forza evolutiva morale dell’uomo. Ciò che nella natura appare trasformante, nell’uomo diviene potenza trasmutatrice dell’anima.
Si può dire che la legge morale è una continuazione spirituale della vita organica di specie.
IL MONDO SPIRITUALE E L’UOMO
Quando il volere umano, cioè il singolo io, riceve un’Intuizione, ritrova sé stesso come un essere facente parte di una Corrente di evoluzione (mondo spirituale) che ha lo scopo primario di portare l’umano ad una possibilità di naturale percezione e comunicazione con Essa stessa.
L’intuizione non si genera da processi organici cerebrali, ma anzi, svincolandosi da questi, lascia il posto al manifestarsi dell’attività spirituale ideale.
IL BENE E IL MALE
E’ possibile apprezzare il bene solo se lo rapportiamo al suo contrario, il male.
In verità il male non è reale: il male è un bene diminuito; il male è totale assenza di bene, caos: non ha esistenza se preso solo per sé.
Il Pessimismo tende ad uccidere la volontà dell’uomo, giudicandola solo come se fosse solo un istinto cieco: conduce all’ozio universale, all’inattività.
IL PIACERE E IL DESIDERIO
L’aspirazione egoistica al piacere non porta ad alcuna soddisfazione; deve sempre essere ripetuta.
Essa è insita nella natura umana, ma soltanto realizzando l’impossibilità di afferrare in eterno il piacere nel piano terreno, si abdica in favore di ideali morali più altruistici.
Sono i nostri desideri la misura del piacere; noi non vogliamo in base a quanto piacere trarremo, ma rispetto a quanto è grande il nostro desiderio.
Se l’uomo rinnega il desiderare rinnega la sua natura: il desiderio è una forza propulsiva che aiuta lo sviluppo evolutivo dell’aspirante spirito libero.
LA LIBERTA’ E IL SENSO DELLA VITA
La libertà non compare nelle azioni derivanti dai sensi e dall’anima, ma solo in quelle portate da intuizioni spirituali; la vita ha un senso e un valore solo se in essa vi è uno scopo e un fine che è scaturito dall’individuo.
L’uomo è il signore di sé stesso che sa valutarsi da sé: esso è capace di autodeterminarsi da sé stesso. Non ha bisogno di norme esteriori.
La libertà si realizza solamente se la volontà umana, se l’agire è sorretto dal pensare intuitivo.
La morale universale deve divenire morale individuale.
p.s.Qualcosa dell’essere egoismo deve andare a morire: tramite la Conoscenza dei fatti universali che mi spiegano il perché dei motivi del mio dovere amare il mondo, deve prodursi saggezza: ciò si deve tradurre nel provare Pietà per gli altri che è anche l’immagine della redenzione di Lucifero. L’Onniscienza = il sapere trasformato tramite il dolore dell’anima diviene Comprensione dell’altro: Pietà, Compassione, Amore.
La redenzione di Ahrimane è invece possibile qualora noi, una volta accresciute le nostre facoltà animiche, ottenute tramite la Conoscenza e l’esercizio interiore, anziché usarle per nostro vantaggio, le poniamo come Potenza al servizio degli altri.
L’Onnipotenza diviene Libertà.
Riassunto:
CONCLUSIONE PRATICA
Il monismo considerò la realtà un “tutto”: essa si scinde in due parti, una percepibile e una impercepibile solo a causa della nostra organizzazione, la quale vede solo la prima.
Noi vediamo per prima questa parte perché non siamo abilitati a vedere i legamitramite i quali vengono azionati gli ingranaggi del mondo; tale movimento è determinato dalle Forze che stanno alla base del cosmo.
Il singolo essere umano non è affatto separato dal mondo: esso è connesso con l’intero cosmo, e tale connessione appare interrotta solo dalla nostra percezione.
Per chi ha organi superiori, ossia colui che riesce a penetrare nella realtà ove vivono le intuizioni spirituali, tale dualità non esiste: le due parti interagiscono l’una sull’altra, rivelandosi quindi come un Tutto omogeneo. Tale realtà sovrasensibile è raggiungibile solo tramite l’esperienza intuitiva del pensare.
Il pensare distrugge la parvenza data dalla percezione e inserisce la nostra esistenza individuale nell’Unica vita del cosmo. Il mondo delle idee, (o unità globale omogenea dei concetti) contiene tutte le percezioni in modo oggettivo; esso accoglie in sé anche il contenuto della nostra personalità soggettiva, la quale si forma dall’attingere a tale fonte.
Il pensare abbraccia sia l’oggettivo che il soggettivo: rivela l’Uno.
Ogni uomo abbraccia col suo pensare solo una parte del complessivo mondo delle idee; per questo gli individui appaiono differenziati.
I concetti che vengono aggiunti alla percezione tramite il pensare, non vengono dall’individuo, ma dal mondo dei concetti: questi hanno natura universale, oggettiva. La percezione da sola, non potrebbe penetrare in quella realtà.
L’albero percepito, da solo di per sé non esiste; è solo un elemento passivo, presente entro il grande ingranaggio della vita: è esistente e reale solo se concepito in reale e netto collegamento con la vita cosmica.
La percezione percepisce quindi un’astrazione: il pensare, sconnettendola con un determinato concetto, spezza in due il fenomeno:
1- percezione (oggetto)
2-concetto.(idea dell’oggetto)
Il contenuto concettuale del mondo è lo stesso per tutti gli i individui umani: ciò che si manifesta in tutti è simile per affinità. (di concetti di leone ve nè uno solo)
Il mondo unico delle idee vive nella pluralità di tutti gli individui; è una forza divina.
L’uomo afferra nel suo pensare il Dio comune che compenetra tutti gli uomini: il pensiero è un Dio.
L’uomo sceglie, dal mondo unico delle idee, un’idea che poi realizza in un’azione, passando attraverso la sua volontà: nelle sue azioni non si manifestano i comandamenti di un’altro mondo in questo, ma le intuizioni libere umane in questo mondo.
Non si può parlare di una guida esterna al nostro mondo che costringe l’uomo ad agire: l’uomo poggia su sé stesso. Quando egli supera i suoi impulsi dei sensi e i comandi di norme date da altre persone, egli non è determinato da null’altro che da sé stesso: si ritrova solo, ma libero.
Le leggi di natura, planetarie, atmosferiche e di vita, e gli stessi concetti e ideali morali sono in realtà espressioni di una Volontà cosmica, o meglio costituiscono una Legge morale evolutiva; le nostre azioni appaiono anch’esse una parte degli avvenimenti, delle azioni generali del mondo: anche queste stanno quindi usualmente sotto tale legge cosmica generale.
La grande differenza fra azione libera e non libera sta nel fatto che l’uomo, pur sottostando a tale legge oggettiva operante in lui inconsciamente, si crede libero; sino a quando egli non ha consapevolezza e quindi conoscenza delle leggi corrispondenti che lo stimolano all’azione, non si può assolutamente credere libero.
Quando le leggi Volitive cosmiche che inducono all’azione stanno di fronte noi come un qualcosa di estraneo e di oggettivo, esse in realtà ci dominano: ciò che compiamo sta sotto la coercizione che esse inconsciamente determinano su di noi.
Se da estranee quali sono, diventano l’attività cosciente del proprio io, tale coercizione cessa.
L’elemento coercitivo è diventato il nostro stesso essere.
Solitamente non possediamo la conoscenza dei motivi contenuti nelle leggi spirituali ideali che determinano le azioni nel mondo.
Solo quando avremo riconosciuto quelle leggi, allora le nostre azioni saranno opera nostra.
In tal modo la legge morale cosmica universale non è più un qualcosa che opera a di fuori di noi, ma è il nostro stesso contenuto delle le nostre azioni. Se siamo riusciti a compenetrare con la conoscenza l’essenza della nostra propria azione, saremo in pari in tempo i suoi artefici e dominatori.
Riconoscere l’operare della legge morale universale entro la propria azione vuol dire rendersi coscienti della propria libertà.
La trasmutazione da essere non conoscente ad essere conoscente genera la libertà: questo è il compito dell’evoluzione del singolo individuo e di tutta l’umanità.
(Importante)
I motivi dell’agire sono nel mondo delle idee, ma devono venir tratti da quel mondo e tradotti in questo mondo dall’uomo. (Si può dire che esiste un piano divino predeterminato, ossia che il modello archetipico dell’azione morale è nel mondo spirituale, ma che la sua attuazione, trasformazione e trasposizione è solo compito dell’uomo: perché un’idea diventi azione prima occorre che l’uomolo voglia.)
L’uomo è l’ultimo che determina l’azione: è libero. Solo se l’uomo si identifica con ciò che serba e gli offre il contenuto della sua intuizione, può decidere o no con la sua volontà di agire corrispondentemente. Vi è enorme differenza fra l’agire per costrizione di norme ignorandone i motivi, e l’agire per condivisione assoluta della norma: essa diviene non più una norma esteriore, ma la mia norma interiore. Si può dire che dal mondo delle idee mi è stato inviato un messaggio: ma non è un’imposizione, è solo un qualcosa che mi stimola a ricordare della mia vera natura spirituale; allora in me si rivela che, in tutte le sue caratteristiche di giustizia, di bene e di vero, in quell’intuizione viveva un qualcosa che da sempre era già in me, ma era come sopita.
Il pensare intuitivo è un processo attivo sperimentato nello spirito umano: è una percezione spirituale, afferrata senza organo fisico. L’uomo viene trasferito nel mondo spirituale.
Il mondo spirituale non apparirà come un chè di estraneo, ma affine alla sostanza del pensiero.
La scienza deve cogliere nelle idee, delle forze di vita: essa sarebbe solo un’inutile soddisfacimento della curiosità se non tendesse ad elevare il valore dell’esistenza umana.
IL PENSARE LIBERO
Si può concludere dicendo che l’uomo non è assolutamente libero a causa della sua organizzazione; nel suo sentire egli è legato indissolubilmente al mondo delle passioni: ne è schiavo; (al cuor non si comanda...) e nel suo pensare vi è insito in un certo qual modo un automatismo che è in lui predeterminato. (Egli non riesce ad esempio a concentrarsi su un pensiero per più di 12 secondi: il corso dei pensieri devia, al di là della sua volontà)
Il pensare che si manifesta nell’uomo, scaturisce da un’Entità; ma tale elemento di pensiero, con particolari esercizi di controllo può divenire libero, svincolato da quell’automatismo che agisce in modo sovrano. La libertà deve essere quindi prima sviluppata partendo dal pensare: quando il pensare sarà divenuto libero, allora lo potrà diventare anche il volere.
CONSIDERAZIONI FINALI
SUL CONCETTO DI LIBERTA’
La libertà dell’uomo sta nel fatto che pur esistendo una logica predeterminata nel cosmo, egli pur conoscendola e percependola, non é obbligato a seguirla: può addirittura distruggerla, se vuole.
Solo quando l’uomo riconosce dentro di sé per feconde, vere, giuste e buone le leggi che appaiono nelle sue intuizioni può, per amore di verità e di identificazione con sé stesso in queste, accettarle.
Ma vi è qualcosa di ancora più profondo legato al senso dell’accettazione delle leggi dello spirito.
L’intuizione spirituale mi ricorda della mia antica patria da cui io provengo; essa contiene quelle stesse Leggi del vero, del giusto, del bene che edificarono il mio stesso Io. Ora che tale essenza penetra in me, (l’intuizione) non posso che riconoscere che siamo composti della stessa sostanza: siamo della medesima natura. E io non posso affatto rinnegare la mia natura: la voglio accogliere, perché ciò che sento in lei è anche in me.
Accettare ciò che mi si palesa in un’intuizione non significa assolutamente farsi comandare: quando io riconosco che il contenuto di un’intuizione è costituito dalle stesse leggi che generarono un tempo la mia individualità, io avverto in esse un’affinità, una paternità, mi sento suo figlio. Sono figlio della Legge, un figlio dello spirito del Dio.
Ed essendo io sua progenie, mi accorgo di sentir scorrere in me la medesima essenza del mio Genitore: io sono in lui e lui è in me. Non posso rinnegare l’intuizione, altrimenti rinnegherei la mia stessa natura: la mia vita è intessuta in quelle leggi, sono esistente perché provengo da esse, è sostanza di quelle leggi, quindi devo dirmi che anch’io sono quelle leggi.
Esse plasmarono il mio io individuale: sono il mio stesso io che ora si crede distaccato da esse, ma che per incanto, ritrova i fili che lo riconnettono ad Esse.
La natura ha leggi naturali, gli animali leggi animali, gli uomini hanno leggi di uomini, gli Dèi leggi di Dèi, i demoni leggi di demoni: a quale schiera apparterrò ?
Da quale di queste leggi trarrò i motivi del mio agire?
Se rinnego la legge di Dio, rinnego la mia stessa natura divina. (vedi il Vangelo: “ se siete figli del Padre mio dovete compiere le opere del Padre mio.”)
Quando io prendo usualmente una decisione, valutandone i motivi, io faccio affidamento su me stesso, poggio su di me, io credo e conto solo su di me; se mi avvalessi di norme esterne non avrei personalità, non sarei io a scegliere, ma queste a farlo per me. Peggio ancora sarebbe se quando prendo una determinazione, non mi fidassi di me, e mettessi in dubbio di continuo la mia facoltà di decidere e di scegliere, senza sottostare alle norme datemi dal mio io: non avrei saldezza di spirito, sarei in continua ansia e insicurezza, privo di un io.
Allo stesso modo, quando ricevo un’intuizione e riconosco in essa la stessa sostanza della mia natura spirituale, il rifiutarla sarebbe come se al pari, rinnegassi ciò che il mio io mi indica di fare. Il mio io è parte della divinità.
NECESSITA’ E LIBERTA’
Nel contempo, è assurdo parlare di necessità e libertà inconciliabili; quando l’iniziato riesce a percepire le sue vite precedenti, vede che ciò che ora gli si presenta come necessità è in realtà ciò che lui stesso in piena sua libertà ha scelto, nel periodo fra morte e rinascita.
La sua volontà libera scelse quei fatti necessari alla sua evoluzione; la necessità viene da lui riconosciuta come un atto libero precedentemente da lui scelto.
La necessità appare come un campo indispensabile ove si sviluppa e si manifesta la sua libertà.
Egli riconoscendo le necessità che gli si presentano le esegue in piena coscienza: se non fosse in grado, dopo averle accolte, di eseguirle allora sì, non sarebbe libero.
La conoscenza dataci dall’intuizione ci porta a conoscenza del piano e dei motivi di Dio.
Tramite essa, appare un mistero: l’uomo è il motivo di Dio, e Dio è il motivo dell’uomo.
Cerchiamo di capire come si palesa tale nesso.
Il cosmo si muove per far esistere l’uomo e l’uomo per far esistere il cosmo.
Dio agì, nella creazione dell’universo perché abbisognava di una nuova facoltà universale tramite la quale avrebbe rinvigorito il Divenire, l’evoluzione cosmica. Creò l’uomo quale embrione di ciò che diverrà un giorno la decima gerarchia: una nuova forza che fornirà impulsi nuovi e rivitalizzanti per l’evoluzione a venire.
Dio anela all’evoluzione verso la perfezione.
L’Amore per la vita dell’uomo, quale angelo della futura decima gerarchia fu il motivo di Dio: desiderava un essere che avesse la facoltà di generare in sé un Amore cosciente, che scaturisse dalla totale libertà; a tal scopo creò le condizioni affinché come in un circolo, egli tornasse a lui dopo aver percorso un cammino di conoscenza e di esperienza libera, inserendolo dapprima, nella necessaria egoità materiale.
Dio ha bisogno del piccolo uomo.
Anche nell’uomo troviamo un motivo, però in lui inconscio; ogni uomo ricerca la felicità eterna e la pace interiore: egli cerca tali elementi fra le cose terrene e si accorge, nella sua esperienza, che queste ultime non li contengono, non possono offrirglieli. Trova solo un mondo ove per poter afferrare gioia e pace deve sempre alternarsi, ripetere due opposti.
L’uomo mostra inoltre una osservabile peculiarità: egli è incline alla contemplazione e alla meditazione dell'Essere; se fosse per lui, non vorrebbe nè lavorare, nè agire, ma istintivamente anelerebbe ad oziare, a riempirsi di spirito, a svuotarsi di sè, a raggiungere una beatitudine, per colmare quel vuoto interiore che eternamente, sulla terra, lo pervade; e così farebbe l'opposto di ciò che è il suo ruolo. Proprio a causa di ciò è stato posto in lui una così profonda e occulta nostalgia per lo spirituale, che lo sprona a cercare. Egli vorrebbe la calma, la pace, la tranquillità: tale esperienza di pace, egli la può trovare per ora, solo nella pace del dormire.
In tal particolarità tendente alla contemplazione, si rivela una predisposizione insita negli esseri divini, i quali per loro natura collaborano con la divinità quali arti o mezzi di Questa, immersi e guidati non dalla loro, ma dalla Volontà Prima d’Amore.
Per le eterne leggi che vi sono nello spirito, attraverso questo loro prestarsi quali strumenti uniti indissolubilmente a Dio, essi ne traggono pienezza di Spirito, si sentono colmati di meravigliosa Volontà beatificante e felice che li pervade, glorificandoli: allo stesso modo l'uomo reca in sè tale anelito o ricordo, come se, scendendo sulla Terra, avesse portato con sé le abitudini di quel mondo: in lui vi è una tendenza verso una tale condizione di beatitudine, nella quale possa così, ritornare a gioire.
Solo il rientro in Dio può soddisfare tale necessità: il ridivenire puro spirito può fornirla, e in ciò si dimostra che l’uomo abbisogna di Dio: ma Dio non vuole un suo ritorno quale spirito indifferenziato, al pari delle già esistenti 9 gerarchie: vuole un essere che si riconquisti tale diritto con la piena conoscenza e accetti, riconoscendo in coscienza il piano universale oggettivo quale stesso suo stesso piano soggettivo.
Come l’uomo ha bisogno di Dio, allo stesso modo Dio abbisogna dell’uomo: i motivi s’incontrano quindi in una parola: Bisogno d’Amore; Quando due enti hanno gli stessi motivi, si cercano, si vogliono, si amano: l’uomo però non ha tale consapevolezza; se la deve guadagnare con la sua libertà.
Solo tramite la libertà offerta dalla sua organizzazione e la conoscenza intuitiva, potrà conoscere i motivi del proprio agire, e quindi ritrovarsi all’unisono con i motivi di Dio.
Conoscerà che il Motivo che lo ha emanato è la stesso Motivo per cui esso stesso anela.
Il punto critico e decisivo della libertà umana appare proprio qui in mezzo: un conto è agire per logica predeterminata senza avere consapevolezza dei motivi che inducono all’azione, muovendosi quindi per inerzia, o per cieca unità di grazia all’ideale, altro è riconoscere sé stessi come una parte di quei motivi. Il conoscere non me li ha imposti, ma solo ricordati, disincantati in me.
Il riconoscere che nelle leggi eterne vive un principio che era sopito, ma già presente in me prima della loro conoscenza, è libertà: se non mi fossi sforzatoiniziaticamente e non mi fossi innalzato per conoscerle, non avrei mai potuto sentire un’affinità fra me e questo principio.
Il conoscere mi desta da un ottuso sogno, il quale mi dice: “la legge di Dio è sempre vissuta in te, ma causa la tua organizzazione hai dimenticato tutto; ora sai che un Dio è dentro di te.”
Se conoscendo lo scopo e il motivo di Dio mi accorgo che esso è anche il mio, perché lo riconosco vero in me, allora non sono prigioniero, ma libero, perché lo amo.
Scopro che ciò che Egli vuole amare è il medesimo che io voglio amare: Io amo Lui e Lui ama me.
Solo chi ama è veramente libero. L’Amore concilia tutto...
Allora io divengo non un esecutore, ma un collaboratore, uno sposo di Dio che agisce nell’interesse della comune economia dell’intero universo: le azioni che compio sono sì mia volontà, ma Volere all’unisono con la volontà cosmica. Il mio io s’incontra con il Dio nelle medesime intenzioni.
L’azione è solo mia, perché la amo, ma ha valenza universale, ed è libera, perché parte da me stesso.
Ecco il principio che deve nascere dalla libertà dell’uomo: l’Amore per l’azione, che trae i moventi dalle leggi eterne dello spirito.
Fine
Appendice:
“IL NESSO FRA LE GERARCHIE SPIRITUALI E LA LIBERTA’ UMANA”
Riguardo al problema del discutere se sia lecito o no parlare di schiavitù o di non libertà presso le Gerarchie spirituali, dato che esse appaiono come intessute all’unisono con la volontà Prima che le priva di libera scelta e libero arbitrio, si può azzardare una considerazione.
Ci si trova innanzi ad una questione posta da un punto di vista tipicamente umano: apparirà che nella stessa parola “Libertà” vive un qualcosa che è afferrabile solo se concepito come una Forza in perenne evoluzione.
Le Gerarchie si muovono innatamente in armonia con le intenzioni divine, in virtù della loro capacità di amare indissolubilmente tali direttive che scaturiscono dalla Trinità: come ogni cellula collabora alla vita del corpo muovendosi in virtù di un’interiore impulso tendente all’armonia, allo stesso modo esse collaborano alla vita dell’unico corpo cosmico di Dio, del quale si sentono parte, quali infinitesimi atomi stellari.
Il Dio è in ognuno di Esse, così come l’io dell’uomo è in ogni cellula del suo corpo fisico.
Il fatto che l’io umano sia nelle cellule, non significa che le ordini o le comandi: esse partecipano a manifestarlo, prescindendo dall’amore o dall’odio, dalla simpatia e dall’antipatia che il suo portatore ha per loro: la legge dell’armonia non presenta e non include in sé tali elementi duali.
Le Gerarchie, come le cellule, sono quindi in un diverso stato di coscienza rispetto all’uomo: non hanno insita in loro la necessità o la facoltà di voler conoscere.
Esse non si pongono il perché delle loro azioni, ma solo il come eseguirle.
L’uomo è a loro pari, una cellula che si è individualizzata, staccandosi dall’armonia: egli si trovava un tempo in una condizione simile a quella delle Gerarchie, ma dovette necessariamente distaccarsene per cause evolutive; di conseguenza, la sua caduta nella materia gli fece perdere il contatto con la Divinità, trovandosi posto in un differente stato di coscienza quale l’attuale coscienza umana: fu ciò che determinò la nascita dell’egoismo, e quindi l’aspirazione alla Conoscenza.
L’uomo, quale entità della decima gerarchia, doveva necessariamente affondare nella cecità della materia e dell’egoismo, per poi risalire con forze proprie, capace di sviluppare l’Amore che nasce dalla libertà.
Doveva nascere una facoltà nuova: l’amore che scaturisce dalla libertà: Amare significa difatti ritrovarsi insieme nelle proprie comuni libere intenzioni.
Se dunque l’Amore può vivere solo se è libero, ed è da concepire come un figlio che nasce dalla libertà, come si può parlare dell’indifferenziato Amore di Dio per tutte le sue creature divine se non le lascia libere? Dio ama quindi solo l’uomo?
Se all’uomo attribuiamo libertà, agli esseri delle Gerarchie superiori che non sono ostacolati dai limiti della natura umana, dovremmo attribuirla in grado ancor maggiore.
Dal punto di vista dell’evoluzione dell’umanità attuale, si potrebbe dire che l’uomo non è ancora libero, perché non è ancora capare di amare: all’opposto si può dire invece che le gerarchie, sapendo invece amare, sono libere. Al contrario quindi delle Gerarchie, si può dire che l’uomo diverrà libero solo quando conoscerà i motivi dell’Amare, divenendo così capace di amare.
Più che parlare di libertà o di non libertà delle entità spirituali riguardo all’uomo, può sembrare più idoneo affermare che l’attuale non libertà dell’uomo è piuttosto uno strumento propedeutico atto a sviluppare in lui una specializzazione, a stimolarlo nell’imparare ad amare tramite la conoscenza intuitiva; un amare che parte dal suo opposto: dall’odio dell’egoismo.
La libertà delle Gerarchie è comunque una libertà diversa da quella che l’uomo deve conquistare: esse hanno tale virtù da principio, donata per grazia, tramite la quale non hanno mai sperimentato in sé stesse una condizione di prigionia o di schiavitù; l’uomo invece soggetto a tutto l’insieme delle coercizioni cosmiche, sa bene cosa significa essere prigioniero: la liberazione dopo la prigionia genererà una ben diversa facoltà nell’anima dell’uomo. Sorgerà l’Essere della libertà conquistata dall’amore nell’egoismo. La libertà che ha conosciuto il suo opposto: la prigione.
Non sembra lecito parlare di non libertà quando si ama; l’unica differenza fra l’uomo e le Entità spirituali, non sarà che egli sarà libero rispetto a loro, ma piuttosto che egli avrà in potenza dentro di sé, una libertà che le altre gerarchie non hanno nello stessa forma: si sarà guadagnato con le sue sole forze un particolare modo di amare libero generatosi dalla sua sconfitta contro l’egoismo. Avrà una singolare, personale ed individuale facoltà di amare, differente da ogni altro essere dell’universo.
Avrà un colore ed un suono, unico e irripetibile, che solo un Uomoangelo potrà irraggiare.
Il problema della libertà non riguarda il volere, bensì il pensare. Il volere è sempre libero: si vuole qualcosa per il fatto che non si è impediti a volerlo. Ogni uomo in tal senso è libero di volere.E’ il pensiero che non è libero: è libero entro la sua prigione.
Si può dire addirittura che l’uomo sino a che è solo uomo, non è libero: per diventarlo deve anzi innalzarsi dal suo gradino di umanità, metamorfosarsi in Angelo Umano.
Ritornando al concetto della cellula e del corpo, si può dire: Dio si attende che dall’uomo sorga un’entità capace di ritornare al compito che è del suo rango divino, nelle vesti di colui che ha facoltà di compiere azioni con valenza universale, passando però prima attraverso un riconoscimento individuale.
I motivi, che provengono da leggi universali, devono prima passare attraverso il pensare e il volere individualizzato dell’uomo, per uscirne con medesima potenza e valenza, ma accresciute dalla facoltà di amore individuale, che le riscalderà il contenuto, ponendovi un segno unico ed irripetibile.
A tal punto ci si presenta la contraddizione: “se nel momento in cui l’uomo diviene capace di amare, contemporaneamente diviene anche libero; in tal modo però appare così anch’egli al pari delle Gerarchie, unito indissolubilmente all’unisono con la Volontà Cosmica, quindi non libero come le Entità spirituali.”
A tale affermazione un Entità spirituale potrebbe rispondere: “ quell’uomo è diventato come noi, capace di amare; tu ora vedi le cose da un’altro punto di vista: ma quando sarai diventato libero come lui, come noi, ti accorgerai che pensavi questo solo perché allora non sapevi ancora amare, non eri ancora libero.”
Non si può essere schiavi dell’Amore: esso si regge sulle ali della libertà.
Solo quando l’uomo dopo aver plasmato le sue ali si sarà reso capace di innalzarsi dalla sua coscienza egoica, solo allora sarà veramente libero, altrimenti sarà soltanto un essere che ingannandosi, si crede libero.
“Se resti Uomo, non sei libero: per liberarti, devi diventare un Uomo -Angelo.”
Bellucci Tiziano; Modena, 2 giugno 1997
http://www.esonet.org/Application/vis_arti...%20libero?'